Essere ciò che si è

“Un re andò nel suo giardino e trovò alcuni alberi e delle piante morenti, mentre alcuni fiori erano appassiti. La quercia disse che stava morendo perché non poteva essere alta come il pino. Osservando il pino, il re lo trovò sofferente perché non poteva portare grappoli come la vite. E la vite stava morendo perché non poteva fiorire come la rosa. Infine trovò una pianta, la viola, fresca e fiorente come sempre. Alla domanda del re, la viola rispose: «Mi è sembrato scontato che quando mi hai piantato tu desiderassi una viola. Se avessi voluto una quercia, un pino, una vite o una rosa, avresti piantato quelle. Allora ho pensato: visto che non posso essere altro che ciò che sono, cercherò di manifestarmi al meglio di me stessa»".
(Osho)
Mezzo Pieno

"...Ho deciso
di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
lascio che le cose
mi portino altrove
non importa dove
non importa dove..."
Altrove, Morgan
Procedo lentamente, senza cancellare le mie tracce, cercando di percepire ogni singolo segnale. Quelli ci sono sempre. Il difficile sta nell’interpretarli nel modo giusto. L’idea di farlo correttamente mi infonde piacere. Una volta interpretati ci costruisco sopra pensieri. E quando mi rintano in essi, mi sento a mio agio. Uno di questi è che il bicchiere è mezzo pieno, e quel mezzo non è solo una mia convinzione indotta. Lo è diventato dal lontano giorno in cui decisi che la mia vita doveva cambiare. Meno paranoie e più volontà. Poi sono arrivate le novità, le città, le gioie, le assenze, i dolori, le sconfitte. Crisi economica, contratti da schifo, stipendi che ti tolgono il sonno. Fragilità che tornano a galla e paure ricorsive: gli anni passano e spesso fatico a cogliere le differenze. Qualche gioia in più qua, qualche problema in meno là. O viceversa. Ma non c'è una gran differenza. E l'impossibilità di poter cambiare veramente le cose a ferirmi, non tanto i problemi in sé. Ma anche se rimane difficile districarsi tra i meandri di questioni irrisolte, il bicchiere non si è mai svuotato, e su questo, almeno, non ho dubbi.
In assenza di un ruolo definito il mio compito è quello di sperare verso una direzione, qualsiasi essa possa essere. Sperare per non rischiare di diventare un osservatore esterrefatto da un'inerzia silenziosa.
Non mi chiedo se la direzione è giusta, ma aspetto solo una scintilla che mi accenda, che mi illumini la strada. Questo vorrei, se non altro per sentirmi normale, giusto.
Cercando la strada giusta, quel che resta del Carlino...

"...Il suo volto mostrava un altro tipo di fatica, una stanchezza tormentata, la rabbia e la paura di una lotta con un'idea, contro qualcosa che non può essere afferrato e che non si ferma mai. Un'ombra, un nulla, incontenibile e immortale,che divora la vita..."
Joseph Conrad. I racconti dell'inquietudine
Gli occhi scuri e profondi. Lo sguardo malinconico di sempre. L’espressione seria e vera di chi ha paura del tempo e cerca di ingannarlo contando gli anni, le ore, i minuti. E poi il lavoro, solo il lavoro: lavorare per distrarsi, per dimenticare, per realizzare un’idea, un’aspettativa, un’imposizione. Lavorare e studiare. Poi studiare e ancora studiare. Ideare e pubblicare un articolo per sentirsi migliore.
E nei ritagli di tempo un amore, un sentimento, che porta con se un desiderio sincero di cambiamento, anche se le emozioni non nascono più con la facilità di un tempo. Poi regole da far rispettare, idee da cambiare, convinzioni da sciogliere e responsabilità da attribuire. È una soluzione garantita: distribuire responsabilità e colpe come noccioline americane, sbucciarle e lasciarne traccia per ritrovarne il responsabile: io.
Ho visto piangere solo chi aveva buone intenzioni spontanee. Avrei voluto stringerlo, chiedergli il perché. Il perché del cercare di essere come il vento fresco in una mattina assolata. Il perché di tanta pazienza, di tanta sensibilità, di tanto amore per gli occhi scuri e profondi.
Poi il peso di una vita troppo seria, di un non riconoscersi continuo. Quindi il distacco. Tutti a giudicare una decisione presa con sofferenza. E io l'unico a chiedermi cosa cavolo stavo a fare là. Il solo a chiedersi dove erano finite le mie parole, i miei sogni, le mie aspettative. L’unico a chiedermi se era così sbagliato cercare di essere felice.
E ora cosa rimane? Io in un mondo e tu in un altro. Tu a dimenticarmi o a incolparmi, forse. Io a chiedermi se un giorno ricomincerò a pensare che non siano state solamente speranze giocate male, inutili attese.
Mi dicono di essere fiducioso. Lo chiamano fattore tempo. Io ho sempre riposto più fiducia nella volontà, nella ragione, nella capacità di reagire sin da subito. Intanto rimango a proteggere i ricordi, a cercarne di nuovi. Rimango a contare e ad aspettare. Ho voglia di amare, di essere amato davvero. Ho voglia di essere me stesso, di ridere, scherzare. Ho bisogno di essere certo dei miei sentimenti, sincero, vero, fiducioso.
Proiettato nel tempo, quel che resta del Carlino

"...Ora ne avevo ventiquattro. Molte febbri erano passate, e anche molti tremendi incidenti. Traumi cranici, nasi fratturati, gambe paralizzate. Quante volte avevo provato quelle sensazioni, ogni volta per scuotermi e dirmi che avevo immaginato. Era, mi dicevo, il frutto proibito trovato in quel giardino. Vieni, serpente, vieni tentazione, vieni tuono che punisce... In fondo è sempre quella storia: una scelta che non è una scelta, qualcuno che si spinge troppo in là e non può ritornare. Avevo dato un morso troppo profondo, scalfito la buccia dell’immaginazione, e ora eccomi condannato a imboccare, continuamente, bracci paralleli della realtà. Bracci sterili, vicoli ciechi. Deviazioni inutili, come a quei bivi dove li lascia inavvertitamente la via principale. Dove potranno portare? In seguito riconoscevo lo spunto casuale, la parola ipnotizzante, che come un falso segnale mi aveva attratto sulla corsia sbagliata. Tornavo alla realtà, senza fiato, come qualcuno che ha fatto una corsa mentre gli altri non se ne accorgevano. Dove sei stato?, poteva chiedermi qualcuno col sorriso un po’ cattivo che si rivolge ai distratti. Io tacevo. Non ero pazzo: dopo il primo abbaglio, riconoscevo sempre la strada principale..."
“Il ventisettesimo anno” Marco Mancassola
Aprire gli occhi e rendersi conto di essersi persi. Frenare e percepire che inconsciamente la mente imbocca sentieri strani, vicoli ciechi, corsie sbagliate. Fermarsi e avvertire che i pensieri si perdono in una serie di percorsi che deviano all’infinito. Capire che sono solo paranoie e non presentimenti, il frutto di brutti e dolorosi ricordi che devono essere sciolti come i crampi di un muscolo. Riconoscere la strada principale e ricominciare a camminare. Trovare il proprio posto, il proprio ruolo, e poi correre.
Quasi sulla soglia dei 27 con quel che resta del Carlino.
Gelosia

“…Come geloso, io soffro quattro volte:
- perché sono geloso;
- perché mi rimprovero di esserlo;
- perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l'altro;
- perché mi lascio soggiogare da una banalità…”
Roland Barthes
A volte scopriamo di essere fatti di segmenti sconosciuti, pulsioni incomprensibili alla ragione, impulsi indecifrabili, proprio come quando guardiamo la luna e non ne conosciamo l’altra faccia. A volte capita di riscoprire la gelosia dopo anni di manifesta assenza. Capita di riavere un sogno fra le mani, un progetto nella mente, e la forza di quattro braccia per concretizzare. Ma capita anche di aver paura di perdere così tanta fortuna. Si, perché non è solo una questione di insicurezza in sé o nell’altro; non è solo timore della sofferenza o della solitudine; ma è semplicemente paura di perdere tutto per una cazzata, qualunque essa sia.
Con qualche timore, Quel che resta del Carlino
Occhi

Chiudi gli occhi, gli disse. Lui obbedì, e lei si allungò per baciargli le palpebre come aveva appena sognato di fare. I suoi occhi rimasero chiusi. I baci lo avevano toccato come un miracolo, come se fosse stato amato, come se fosse stato curato.
(Min Jin Lee)
Guardare nei tuoi occhi e vederci dentro la mia strada. Sembra così poco e invece può essere tutto. E’ l’essenziale per ricominciare, per ritornare, per guarire. La tua mano, la tua pelle, le tue palpebre: le sfioro e improvvisamente so chi sei, so chi siamo, e perché siamo.

“Questo gesto dove si era nascosto,
questo abbraccio rotondo?
Scuro e morbido, come la notte d'estate,
in cui le stelle pulsano tutte...
Chi mi ha lasciato in eredità questo ponte sensibile,
che dalla solitudine mi conduce a te?
Un suo pilastro è il mio palmo,
l'altro pilastro è la tua mano”.
(Amy Károlyi)
Dal giorno in cui aveva capito che si era lasciato dietro tutto il suo passato, “lui” aveva ricominciato a osservare la sua vita da un’ottica diversa. Più vera, più sincera. Aveva intuito che per molto tempo aveva vissuto come confinato in una sorta di opaca serenità, priva di rancori, di emozioni vere, di naturali sbalzi d’umore. Non si arrabbiava, non perdeva le staffe, accettava tutto, giustificava ogni cosa trovando un arguto ragionamento logico. Quasi nulla al mondo era più in grado di toccarlo veramente, di smuoverlo, di ferirlo. L’unica cosa che percepiva, di tanto in tanto, era solo una piccola mancanza, dentro. Come se avesse smarrito per sempre qualcosa. Qualcosa d’importante di cui percepiva l’esistenza ma non la forma. Inconsciamente aveva cominciato a tentare di colmare questa sua mancanza senza nome. Prima privandosi del cibo. Lo stesso cibo con cui per anni si era ingozzato, cibo finito con troppa facilità nel suo stomaco. Poi con il sesso, con l’università, con i libri, con la tranquillità economica, o più semplicemente con una storia bella e intensa, ma forse non del tutto giusta. Ma quando è che una storia è giusta e sbagliata? Non sapeva darsi una risposta, ma sapeva di aver commesso tanti errori, e uno di quelli era evitare la verità così come si evita una persona insopportabile. Vagava lentamente senza una vera meta, come se fosse anestetizzato. Vagava ignaro di quello che stava perdendo, ignaro per via di quel passato che non considerava più.
Ora cominciava a capire che, anche se fa molto male, non poteva dimenticare il passato. “Il passato è il punto di partenza per l’oggi, per il domani. Oggi siamo ciò che eravamo ieri con un opportunità in più…un’opportunità da cogliere…” questo si ripeteva nella testa continuamente.
E poi “non aver paura, vivi, vivi, ricomincia a fidarti di te stesso e di chi sostiene di amarti…. fidati …fidati…le cose possono andare diversamente….”. E ancora “è difficile…ma ci puoi riuscire, non pensare sempre male, forse c’è ancora qualcuno capace di essere sincero,… non è vero che poi in fondo c’è sempre qualcosa di brutto da scoprire, un muro su cui sbattere la testa e farsi male…. se non ti fidi non scoprirai mai se e quanto c’è ancora di meraviglioso da vivere intensamente insieme…”.
Un pensiero, poi un altro, poi un altro ancora. Quindi un sorriso: ripensava ai suoi abbracci, a quella sensazione di benessere che sentiva dentro di se ogni volta che incrociava le sue braccia, ogni volta che baciava la sua pelle. Era una sensazione che non ricordava di aver mai provato prima, un incastro quasi perfetto, una finestra su un mondo felice da scoprire e costruire”.
Con l’energia di mille abbracci, quel che resta del Carlino.

Mi arrampico da secoli
ogni parete è mia
sfidando leggi fisiche
paure e ipocrisia
le difficoltà si sommano
il mio limite qual’è
quanto potrò mai resistere
sempre appeso ad un perché…
Aggrappato alle tue lacrime
finché il tuo dolore è il mio
per sentirmi meno inutile
ed un po’ più umano anch’io
sono scalatore intrepido
che più folle non si può
per portare in salvo questo amore
non sai che m’inventerò
non ho mai posto limiti
alla provvidenza io no…
Anche se da certi uomini
sorprese io non mi aspetterò
ma qualcuno dovrà crederci
e sfidare la realtà
scegliere come vivere
imparare come si fa…
E non è necessario perdersi
in astruse strategie
tu lo sai può ancora vincere
chi ha il coraggio delle idee…
Mi lascerò coinvolgere
io non torno indietro no
fino a che fra queste nuvole
la mia cima toccherò
mi dispiace se tu non sei qui
a godere insieme a me
nel vedere il giorno nascere
e c’è Dio vicino a te…
Alziamo muri altissimi
perché poi io non saprei
anche se poi certi uomini
non amano mostrarsi mai
ma qualcuno dovrà crederci
pioggia o vento essere qua
amare per non perdersi
insegnarlo a chi non lo sa
e poi moriamo senza accorgerci
sotto un cielo di fobie
dimmi che può ancora vincere
chi ha il coraggio delle idee
Renato Zero
Nonostante la paura, i ricordi che fanno male e le cicatrici che non vanno via, mi ritrovo di nuovo a portare avanti le mie idee più intime e vere. E quando la paura mi nega la tranquillità, mi aggrappo a idee più grandi, che hanno l’aspetto del sogno, della speranza. Ed è questa sensazione che mi da l’energia per puntare in alto, anche senza essere pronto per un’eventuale caduta.
Con le mie idee e il coraggio che mi rimane, quel che resta del Carlino.
Una poesia anche per te

Forse non sai quel che darei
Perché tu sia felice
Piangi lacrime di aria
Lacrime invisibili
Che solamente gli angeli
san portar via
Ma cambierà stagione
ci saranno nuove rose
E ci sarà
dentro te e al di là
dell’orizzonte
una piccola
poesia
Ci sarà
forse esiste già al di là
dell’orizzonte
una poesia anche per te
Vorrei rinascere per te
e ricominciare insieme come se
non sentissi più dolore
ma tu hai tessuto sogni di cristallo troppo coraggiosi e
fragili
per morire adesso
solo per un rimpianto
Ci sarà
dentro e te e al di là
dell’orizzonte
una piccola poesia
Ci sarà
dentro e te e al di là
dell’orizzonte
una poesia anche per te
Perdona e dimenticherai
per quanto possa fare male in fondo sai
che sei ancora qui
e dare tutto e dare tanto quanto il tempo in cui il tuo segno rimarrà
questo nodo lo sciolga il sole come sa fare con la neve
Ci sarà
dentro e te e al di là
dell’orizzonte
una piccola poesia
Ci sarà
forse esiste già al di là
dell’orizzonte
una poesia anche per te
anche per te
per te…
(ELISA)